Pensare per immagini
CHROMA CRITICA DELLA VISIONE
Guido Guidi — Preganziol, 1983
Scaffale · Classici

Preganziol, 1983

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Guido Guidi — MACK, 2013
26 Settembre 2025 8 min

Non possiedo questo libro. L’ho sfogliato ai festival, in piedi, tra decine di altri libri. Alle fiere funziona così. Sfogli talmente tante pagine, vedi talmente tante immagini nell’arco di una giornata che alla sera hai bisogno di un’aspirina e di almeno un paio di birre per tornare in te. È un sovraccarico visivo che livella tutto. Eppure Preganziol è rimasto. Tra le centinaia di libri toccati e riappoggiati, sedici fotografie di una stanza in una casa abbandonata della provincia di Treviso sono quelle che continuano a tornare. È uno di quei libri che incontri per caso e poi scompaiono, ma che continuano a lavorarti dentro, come un problema irrisolto.

Tutti fuori, Guidi dentro

Negli anni Ottanta la fotografia italiana esce di casa. Ghirri organizza Viaggio in Italia, Basilico e Jodice lavorano sulle città, Linea di Confine, il centro di ricerca di Rubiera che commissiona indagini fotografiche sul paesaggio, manda i fotografi lungo i margini del territorio. La domanda è chiara, com’è fatta l’Italia adesso e come la si guarda senza retorica. Guidi fa parte di quel movimento, lavora sulla Via Emilia e fotografa gli interstizi tra le città con il grande formato. E proprio nel mezzo di questa uscita collettiva verso il paesaggio, nel 1983, entra in una stanza vuota a venti chilometri da Venezia e punta la macchina contro un muro.

© Guido Guidi, Preganziol, 1983

I muri non sono bianchi

Spesso Preganziol viene descritto come un libro di pareti nude e bianche, ma le immagini dicono un’altra cosa. L’intonaco si stacca a chiazze, le superfici sono stratificate, lavorate dal tempo e dall’umidità. In almeno una fotografia la parete esplode in chiazze nere che sembrano un Burri. I muri che Guidi fotografa non sono bianchi. Li ha dipinti il tempo, strato dopo strato.

La doppia scrittura

E qui la lettura consueta di Preganziol si inceppa. Se le pareti fossero davvero nude, il libro sarebbe un esercizio sulla luce, un saggio visivo sulla camera oscura. Ma questi muri portano addosso la storia della casa: strati di calce, aloni di umidità che si allargano come mappe. L’intonaco si sfalda e scopre il colore sottostante, la luce che entra dalle due finestre non colpisce superfici già cariche, già segnate e le ridisegna. Il libro registra questa doppia scrittura, quella lenta del degrado e quella veloce del sole.

La camera oscura imperfetta

La stanza ha due finestre. Da entrambe entra la luce, ma anche tutto il resto. La vegetazione preme contro i vetri, visibile in controluce come una massa scura e informe. Il pavimento è coperto di detriti e calcinacci. Chi cita la camera oscura a proposito di questo libro dimentica che questa funziona se è chiusa. La stanza ripresa perde da tutte le parti, il fuori entra come vuole. Quello che Guidi documenta è una permeabilità. Cosa succede a uno spazio quando smetti di proteggerlo dal mondo.

© Guido Guidi, Preganziol, 1983

Sedici stanze in una

La sequenza del libro lo mostra. La luce si sposta da un’immagine all’altra. L’ombra del telaio della finestra taglia il pavimento, poi sale sulla parete, poi scompare. In certe fotografie lo spazio è quasi tutto in ombra, con un solo rettangolo luminoso sul muro. In altre la luce inonda il pavimento e le pareti si accendono. Se le sedici immagini corrispondono a una sola giornata, come suggeriscono alcune fonti, il libro diventa qualcosa di ancora più radicale, le ore di un giorno sono tradotte in geometria. In quegli anni Guidi costruisce anche prototipi di macchine fotografiche in compensato, un dettaglio che rende ancora più interessante l’idea di una stanza che si comporta come un dispositivo ottico. Guidi fotografa da un punto di vista che varia di poco. Il cavalletto si sposta appena, la luce si muove al posto suo. La stanza cambia identità ogni volta e lo stesso spazio diventa sedici spazi diversi.

Non è metafisica

Chi guarda Preganziol a lungo, nel silenzio di questa stanza vuota, può essere tentato di leggerci qualcosa di metafisico. Il pensiero va a De Chirico o a certa lettura di Ghirri. Ma Guidi viene dall’architettura, dai corsi dello IUAV di Venezia, dove impara che la luce non decora lo spazio, lo costruisce. Per Guidi la luce è prima di tutto un fatto fisico. Un muro resta un muro anche quando la luce lo trasforma. L’effetto contemplativo di Preganziol è reale, ma non nasce da un’intenzione mistica, nasce dalla durata. Guidi guarda una stanza per così tanto tempo che lo spazio comincia a restituire tutto quello che contiene. Leggerlo in chiave metafisica significa scambiare l’effetto per la causa.

Il seme e il capolavoro

Anni dopo Guidi fotograferà la Tomba Brion di Scarpa per un decennio intero, inseguendo il punto esatto dove la luce rivela qualcosa che l’architetto stesso forse non aveva previsto. Ma quel lavoro monumentale è la versione grandiosa di qualcosa che Guidi aveva già capito a Preganziol, da solo, in una stanza qualunque. Alla Tomba Brion la luce lavora su superfici progettate da un genio. A Preganziol lavora su superfici che nessuno ha pensato, dove l’umidità e il caso hanno fatto tutto. Eppure è Preganziol, non la Tomba Brion, il libro scomodo. Perché mentre gli altri uscivano a guardare, Guidi entrava in una stanza abbandonata e scopriva che il territorio aveva già oltrepassato la soglia. L’umidità dei muri è il Veneto che entra nella casa, la vegetazione contro i vetri è il giardino che non rispetta i limiti. Il confine tra interno ed esterno, tra la stanza e il paesaggio, non tiene. Guidi lo sapeva e ha fotografato il punto esatto in cui questo cede.

© Guido Guidi, Preganziol, 1983

Trent’anni nell’archivio

Il libro esce nel 2013, trent’anni dopo. MACK pubblica sedici fotografie che Guidi aveva tenuto nell’archivio per tre decenni. Trent’anni in cui ha fatto tutto il resto, la Via Emilia, In Between Cities, i Bunker, la Sardegna. Viene da chiedersi cosa significhi, per un fotografo, lavorare per trent’anni sapendo che nell’archivio esistono già sedici immagini così. Se la Tomba Brion è il lavoro di un fotografo maturo che ha i mezzi per dispiegarsi, Preganziol è il seme da cui tutto quel lavoro cresce e che non aveva bisogno di essere pubblicato per funzionare.

Il vuoto che non è vuoto

Il formato della pubblicazione è enorme. Ventotto per trentanove centimetri, più largo di un quotidiano aperto. Ogni fotografia è sulla pagina destra, isolata. La pagina sinistra è vuota, porta solo un piccolo codice in basso. Lo spazio bianco è più grande dell’immagine, il libro è più vuoto che pieno, come la stanza. Il saggio che lo accompagna s’intitola Space, Time, Void. Il vuoto. Ma dopo i muri dipinti dall’umidità e la luce che riscrive le superfici, quella parola suona come una resa alla lettura convenzionale. La stanza di Preganziol non è vuota. Vuoto semmai è il libro, nel senso fisico, più aria che inchiostro e più carta che immagine. Guidi lavora con il grande formato ma stampa quasi sempre a contatto e in piccolo. Preferisce che l’immagine resti alla scala della lastra. Preganziol è una delle eccezioni. Il formato del libro si avvicina alla dimensione reale di una lastra 8×10 pollici e la pagina diventa quasi un sostituto della stampa a contatto, con quel bordo bianco intorno che funziona come il margine della lastra. La grana cromatica è quella di Guidi, ocra slavato, grigio caldo, il bianco dell’intonaco veneto che non è mai davvero bianco e poi quel nero che irrompe in certe tavole come una frattura nella calma della sequenza.

© Guido Guidi, Preganziol, 1983

Ogni volta che ripenso a questo lavoro mi resta una domanda. La maggior parte dei fotografi, me compreso, ha bisogno di un pretesto per fotografare. Un viaggio, una commissione. Qualcosa che giustifichi lo scatto. Guidi ha guardato un muro che si sfalda, sedici volte e senza fretta. Quel muro gli ha restituito tutto quello che la fotografia può dare quando chi la fa smette di pretendere.

Un giorno probabilmente lo comprerò, ma il fatto che da anni mi lavori dentro senza possederlo dice qualcosa su questo libro che la maggior parte delle letture critiche non riesce a toccare. Sedici fotografie di muri e di luce, sfogliate in piedi, di fretta, tra un libro e l’altro, eppure sono quelle che tornano.

Produzione e materialità

Per approfondire

Per approfondire

Il libro

Guido Guidi, Preganziol, 1983, MACK, London 2013. Testo di Roberta Valtorta, Space, Time, Void.

Altri libri di Guidi citati nel testo

Guido Guidi, Carlo Scarpa’s Tomba Brion, Hatje Cantz, Ostfildern 2011. A cura di Antonello Frongia.

Guido Guidi, Per Strada, MACK, London 2018.

Guido Guidi, Veramente, MACK, London 2014.

Guido Guidi, In Sardegna, MACK, London 2019.

Guido Guidi, Bunker. Along the Atlantic Wall, Electa, Milano 2006.

Guido Guidi, In Between Cities. Un itinerario attraverso l’Europa 1993/1996, Electa, Milano 2003. A cura di Marco Venturi e Antonello Frongia.

Mostre

Guido Guidi. Col tempo, 1956–2024, MAXXI, Roma, 2024–2025. A cura di Simona Antonacci, Pippo Ciorra e Antonello Frongia.

Guido Guidi. Col tempo, LE BAL, Parigi, 2026. Catalogo MACK.

Guido Guidi: From the Interior, Large Glass, London. Prima esposizione della serie Preganziol nel Regno Unito.

Guido Guidi. Dalle cose, Istituto Italiano di Cultura, Madrid, 2020.

Testi critici

Agnès Sire, Traces of a Whole, MACK Books, 2014. Saggio sulla pratica di Guidi, con attenzione alla stampa a contatto e al rapporto con il territorio.

Rica Cerbarano, Guido Guidi: More Moments, More Points of View, 1000 Words Magazine, 2025. Recensione della retrospettiva al MAXXI.

Guénola Pellen, Guido Guidi, In Search of Long Time, Blind Magazine, 2026. Sulla mostra al LE BAL.

Antonello Frongia, testi in Carlo Scarpa’s Tomba Brion e In Between Cities. Frongia è il principale studioso dell’opera di Guidi.

Contesto

Luigi Ghirri (a cura di), Viaggio in Italia, Il Quadrante, Alessandria 1984.

Guido Guidi e Luigi Ghirri, Due fotografi per il Teatro Bonci, 1983.

Roberta Valtorta, Luogo e identità nella fotografia italiana contemporanea, Einaudi, Torino 2013.

C
Chroma
Pensare per immagini. Riflessioni, non recensioni.