Sentimental Journey non è un diario. Il fatto che lo si continui a leggere come tale è il primo problema da risolvere. Tutti conoscono la storia. Araki sposa Aoki Yōko il 7 luglio 1971, data propizia nel calendario giapponese. Partono per la luna di miele a Yanagawa, nel Kyūshū. Lui fotografa tutto: il treno, le stanze, il sesso, il sonno, i pasti, un cimitero, una farfalla, una barca sul fiume. Torna a Tokyo. Autopubblica il libro: 108 fotografie in bianco e nero, stampate in offset su carta economica, formato quadrato (238 × 238 mm), copertina illustrata con punti metallici, design di Suzuki Seiichi. Mille copie. Lo spedisce agli amici per posta. Diciannove anni dopo, Yōko muore di cancro. Araki ripubblica il lavoro come Sentimental Journey / Winter Journey, aggiungendo le fotografie della malattia e del funerale. A quel punto la foto di Yōko addormentata sulla barca del fiume Yanagawa diventa retroattivamente la più famosa del libro, perché ci si legge la morte: la posizione fetale, la stuoia di giunco su cui si adagiano i defunti nella tradizione giapponese. La barca che attraversa il fiume Sanzu verso l’aldilà. Araki stesso ha alimentato questa lettura per decenni. La versione nota è questa e quasi interamente fuorviante. Fuorviante perché scambia l’effetto per la causa e confonde ciò che il libro è diventato con ciò che il libro è. Sentimental Journey non è un diario della luna di miele che il tempo ha trasformato in profezia. La sua radicalità è di un altro ordine: l’invenzione di un lettore come elemento strutturale dell’intimità.

Il libro che inventa il proprio destinatario
Un fatto che tutti citano senza pensarci abbastanza. Araki non voleva testo nel libro. Nessuna parola. Solo la sequenza delle 108 immagini. Fu la libreria Kinokuniya, dopo la pubblicazione, a chiedergli un’introduzione. Araki la scrisse su un foglio verde che venne inserito sciolto nelle copie. In quel foglio rifiuta quella che chiama la falsità della fotografia corrente e paragona il proprio lavoro allo shi-shōsetsu, il romanzo dell’io della tradizione letteraria giapponese. Il gesto decisivo, però, è un altro. Il libro nacque senza parole e fu distribuito per posta come una lettera. Non è mai stato messo in vendita. Una lettera crea il proprio destinatario. Indirizza un fatto a qualcuno e nel momento in cui succede quel fatto cambia natura. Le fotografie della luna di miele, finché restano nel cassetto, sono private. Quando Araki le impagina, le stampa in offset e le imbusta, diventano indirizzate. Il libro non viola l’intimità. La triangola. Inserisce un terzo nello spazio tra il fotografo e la donna e quel terzo è un testimone convocato. Su questo dispositivo si regge tutto Sentimental Journey, ed è ciò che lo separa da ogni altro libro intimo della storia della fotografia.
Lo shi-shōsetsu non confessa: costruisce
Il paragone con lo shi-shōsetsu viene citato di continuo ma quasi nessuno lo porta fino alle sue conseguenze. La critica occidentale traduce “romanzo dell’io” e pensa alla confessione, all’esposizione del privato. Lo shi-shōsetsu funziona diversamente. Chi ha letto Dazai Osamu o Tayama Katai lo sa: quando un autore di shi-shōsetsu scrive “io”, non sta rivelando chi è. Sta decidendo chi vuole sembrare. Il genere fabbrica un sé e lo presenta come se fosse sempre stato lì. La sincerità è il suo effetto retorico, non la sua condizione. Araki capì la portata di questa distinzione. Quando scrisse, nel foglio verde, che lo shi-shōsetsu è la forma artistica più vicina alla fotografia, stava dicendo che la fotografia costruisce un io attraverso il gesto stesso di mostrarlo. Prima di Sentimental Journey esisteva Araki il fotografo commerciale. Dopo il libro esiste “Araki”, il personaggio, l’autoproclamato genio che mostra tutto e che non si ferma più. In questo caso il libro inventa l’autore. Qui sta lo scarto con la lettura sentimentale. Il libro produce la vita di Araki come materia narrabile. Tutto quello che verrà dopo, i libri, la shi-shashin (la “fotografia dell’io” che Araki avrebbe teorizzato negli anni successivi), esiste perché Sentimental Journey ha stabilito il patto: io mostro, voi guardate e l’esperienza diventa opera. La macchina fotografica non registra la realtà. La performa. Araki lo sapeva fin dall’inizio e quel sapere è il libro stesso.

L’immagine che rompe il contratto
La barca. L’immagine più celebre del libro, letta da sempre come presagio di morte. Yōko addormentata nella barca sul fiume Yanagawa, rannicchiata in posizione fetale sulla stuoia di giunco. Araki ha detto che non aveva intenzione di scattare quell’immagine, che qualcosa gliela fece fare, che forse fu Dio. In altre occasioni ha parlato del fiume Sanzu, che nella tradizione buddhista si attraversa per raggiungere l’altro mondo. Lo ha ripetuto spesso: già vedendo le bozze sentì che il viaggio era verso la morte. Tutto vero, probabilmente. Ma tutto detto dopo. Dopo Winter Journey, dopo il cancro e il funerale. La retroproiezione del lutto sull’immagine originale è l’operazione più potente e più mistificatoria di tutta la carriera di Araki. Nel 1971 quella foto non ha nulla a che fare con la morte. È l’unico momento del libro in cui Yōko non sta posando per il libro. In tutte le altre immagini di Sentimental Journey, lei è consapevole della situazione. Guarda, si lascia guardare. Partecipa al gioco della rappresentazione. Anche le foto di sesso sono immagini di due persone che sanno di fare un libro insieme. Il patto è bilaterale. Araki e Yōko fabbricano insieme l’immagine della propria intimità per qualcuno che la riceverà in una busta. Ma nella barca Yōko dorme. Araki è davvero solo con la macchina e questa volta non costruisce: prende. Per questo la foto non si riassorbe nel resto della sequenza. È il punto in cui l’architettura si incrina e qualcosa di non previsto entra nell’inquadratura. Per un istante Araki non sta lavorando a niente. Sta guardando una donna che dorme. La vulnerabilità in quell’immagine non è di Yōko. È sua.
La differenza con Furuya
Sentimental Journey si capisce meglio se lo si mette accanto ai Mémoires di Seiichi Furuya, l’altro grande progetto dell’intimità coniugale nella fotografia giapponese. Furuya incontra Christine Gössler a Graz nel 1978. La fotografa per sette anni, nel quotidiano e nei viaggi, nella malattia che arriva dopo. Christine soffre di schizofrenia. Si suicida il 7 ottobre 1985 lanciandosi dal nono piano di un edificio a Berlino Est. Furuya pubblica il primo volume dei Mémoires nel 1989, e da allora non smette. Cinque volumi principali, poi Last Trip to Venice, poi Face to Face, poi ricomposizioni successive dello stesso archivio fino al 2020. La struttura è opposta a quella di Araki. Furuya non sapeva, non stava montando nulla. La catastrofe arriva dall’esterno e retroattivamente trasforma ogni immagine quotidiana in documento di un avvicinamento alla morte che nessuno vedeva. L’archivio diventa monumento solo dopo il disastro. Per questo Furuya deve tornare sulle stesse immagini, riordinarle e rimontarle, cercare nei provini quello che non aveva visto: i Mémoires sono un’indagine su ciò che lo sguardo non ha colto nel momento in cui guardava. Araki funziona al contrario. Lui sa fin dal primo scatto che sta facendo un libro. L’impalcatura è in tempo reale. Non c’è archivio da recuperare perché non c’è mai stato un momento non costruito. Furuya torna indietro e interroga il già vissuto. Araki non torna mai indietro. I due libri rispondono alla stessa domanda in modi opposti: cosa può la fotografia di fronte all’intimità? Per Furuya, tornare sui propri passi e interrogare ciò che ha mancato. Per Araki, inventare le condizioni in cui l’intimità accade come evento condiviso tra fotografo, soggetto e lettore. Senza il lettore, per Araki, l’intimità resta incompleta.


Il formato come decisione
Il libro è quadrato. 238 per 238 millimetri. Un’immagine per pagina. Nessun testo all’interno. Copertina illustrata con punti metallici. Carta comune, stampa offset, nessuna pretesa di oggetto d’arte. Il formato quadrato nel 1971 non è neutro. È il formato dei provini 6×6, della Rolleiflex e della Hasselblad, ma Araki non scatta in 6×6. Scatta in 35mm e poi impagina le immagini in un formato quadrato. Il ritaglio è una decisione. Toglie l’orizzontale del viaggio, cancella il verticale del ritratto e impone una frontalità che non distingue tra un paesaggio e un corpo, tra una stanza d’albergo e un rapporto sessuale. Il formato livella le gerarchie del visibile. La stampa offset su carta economica completa il gesto. Il libro ha la materialità di qualcosa che si può piegare e macchiare e buttare. È un oggetto postale. La povertà è intenzionale. Araki veniva dal contesto di Provoke, dove la grana e il mosso erano prese di posizione su cosa significasse vedere. Ma Provoke era aggressione. Sentimental Journey è familiarità. La carta povera dice: questo è quello che ti mando perché facciamo parte della stessa vita. È lo stesso artificio dello shi-shōsetsu, che rifiuta la costruzione romanzesca per presentarsi come frammento di vita condivisa e che mente sapendo di mentire. Quella carta economica è il travestimento più efficace dell’architettura.
La sequenza come romanzo
108 immagini. Nessun ordine casuale. La sequenza ha una struttura narrativa che nessun diario potrebbe avere, perché i diari non hanno montaggio. Si parte dal matrimonio. Si passa al viaggio in treno. Poi le stanze, il sesso, le passeggiate. A un certo punto il paesaggio comincia a cambiare. Compaiono tombe e farfalle. Spazi vuoti. Yōko viene ritratta in modi sempre più ambigui: prona in un campo, abbandonata su una sedia. Poi la barca. Poi il ritorno. La sequenza disegna un arco che va dalla celebrazione alla malinconia, e da lì a qualcosa che non è ancora assenza ma le somiglia. Ha la struttura di un romanzo breve, non la cronologia di una luna di miele. Araki ha selezionato ossessivamente. Le 108 immagini finali sono state scelte da un corpus molto più ampio: nel 2015, l’esposizione dei provini a contatto alla galleria IMA di Tokyo ha mostrato 653 scatti totali. Sei volte il contenuto del libro. Cinque fotografie su sei sono state scartate e ogni scarto è una decisione narrativa. Il numero 108 potrebbe non essere casuale. Nella tradizione buddhista, 108 sono i bonno, le passioni terrene che incatenano l’essere umano al ciclo delle rinascite. A Capodanno in Giappone si suonano 108 rintocchi di campana per purificarsene. Araki non ha mai confermato questa connessione. Ma il fatto che non l’abbia confermata non significa che non esista. Significa forse che funziona meglio se resta sottotraccia.

Il problema di Winter Journey
Sentimental Journey / Winter Journey esce nel 1991 per Shinchōsha. La prima parte riprende una selezione delle immagini della luna di miele. La seconda documenta gli ultimi sei mesi di vita di Yōko: la malattia, le visite in ospedale, il funerale. Le ultime quattro fotografie mostrano il gatto Chiro nell’appartamento vuoto, che guarda dalla finestra e salta fuori nella neve. Winter Journey è il libro che ha deformato retroattivamente la lettura di Sentimental Journey. Da quando esiste, è quasi impossibile guardare le immagini del 1971 senza cercarci la morte. Il problema è critico, non solo emotivo. La forza di Sentimental Journey sta nella consapevolezza che ogni atto d’amore è anche un atto di messa in forma, che un’immagine intima è già destinata a qualcun altro nel momento in cui viene scattata e che questa destinazione non tradisce l’intimità ma la compie. Winter Journey trasforma tutto questo in una narrativa di perdita. La perdita è più accessibile, più rivendibile, ma tradisce la radicalità dell’operazione originale. Sentimental Journey del 1971 ha bisogno del lettore, non della morte.
A chi serve davvero questo libro
Sentimental Journey ha generato un’intera tradizione. Nan Goldin, Richard Billingham, Anders Petersen, Antoine d’Agata: tutti hanno fatto libri intimi e confessionali. Nessuno ha impostato il problema come Araki. Gli altri si sono posti la questione del coraggio di mostrare. Araki si è posto una questione diversa: non “quanto oso mostrare” ma “cosa succede a ciò che mostro quando qualcuno lo guarda”. Il libro serve a chi si interroga sul rapporto tra il vivere e il fare, a chi sospetta che la fotografia non documenti nulla ma produca le condizioni in cui qualcosa diventa reale. Serve a chi fa libri, perché la forma di Sentimental Journey dimostra che il photobook non contiene immagini: le produce come sequenza e come destinazione. Un’immagine intima è anche una messa in scena per qualcuno che non è nella stanza. Questo libro ha portato quella consapevolezza più lontano di chiunque altro e il fatto che si presenti come il contrario è il segno di quanto bene abbia imparato la lezione. Nel 1971 Araki lo sapeva già. Il foglio verde scritto per Kinokuniya lo dimostra. Lo shi-shōsetsu è il genere che ha fatto della sincerità il proprio dispositivo retorico più raffinato. Sentimental Journey è il suo equivalente fotografico: una lettera d’amore in mille copie. Chi la apre entra in un’intimità che lo riguarda.

Produzione e materialità
Nota
Non possiedo Sentimental Journey. Lo conosco da un PDF e da sfogliabili trovati in rete. Ho scritto questa lettura senza avere il libro in mano, il che per Chroma è un problema serio, dato che trattiamo i photobook come oggetti fisici. Possiedo altri Araki: Sentimental Journey Spring Journey, il libro in cui la stessa struttura viene applicata alla morte del gatto Chiro. Chiro, Araki and 2 Lovers, il decimo volume della serie Heibonsha. Love and Death, il catalogo della mostra di Lugano. Tokyo Lucky Hole. Ho il satellite ma non il pianeta. Sto acquistando la ristampa Kawade Shobo Shinsha del 2016, l’unica edizione accessibile che riproduce tutte le 108 fotografie originali. Quando arriverà, probabilmente dovrò riscrivere metà di quello che ho scritto qui sopra. Un libro pensato per essere ricevuto in una busta pretende di essere tenuto in mano, e io finora non l’ho fatto. Questa lettura è onesta su tutto tranne che su questo.
Per approfondire
Edward Fowler, The Rhetoric of Confession: Shishōsetsu in Early Twentieth-Century Japanese Fiction, University of California Press, 1988.
Tomi Suzuki, Narrating the Self: Fictions of Japanese Modernity, Stanford University Press, 1996.
Seiichi Furuya, Mémoires 1983, Akaaka Art Publishing, 2006.
Seiichi Furuya, Last Trip to Venice, autopubblicato, 2002.
Daidō Moriyama, Bye Bye Photography, Camera Mainichi, 1972.
Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependency, Aperture, 1986.
Roland Barthes, La chambre claire, Gallimard / Seuil, 1980.
Dazai Osamu, Ningen Shikkaku, Chikuma Shobō, 1948.
Ryūichi Kaneko, Ivan Vartanian, Japanese Photobooks of the 1960s and ’70s, Aperture, 2009.
Namioka Fuyumi, Francesca Bernasconi (a cura di), Araki: Love and Death, SilvanaEditoriale, 2010.