Pensare per immagini
CHROMA CRITICA DELLA VISIONE
Walker Evans — American Photographs
Scaffale · Classici

American Photographs

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Walker Evans — MoMA, 1938
25 Giugno 2025 7 min

Apri American Photographs e la prima cosa che vedi non è una fotografia ma una pagina vuota. Giri e sulla destra compare un negozio di fotografie con l’insegna “Photos 5 cents”. Poi di nuovo una pagina vuota. Poi un’altra immagine. Ottantasette volte, sempre lo stesso ritmo. Immagine, silenzio, immagine, silenzio, immagine. Nessuna didascalia. Luogo e data li trovi in fondo, tutti insieme, dopo centocinquanta pagine in cui nessuno si è preso la briga di spiegarti niente.

Nel 1938 era un atto di fiducia feroce nel lettore. O un abbandono, dipende da come la guardi. Evans non ti accompagna, ti lascia solo davanti alle fotografie e ti costringe a decidere da te che cosa le tenga insieme. Il libro funziona solo a questa condizione, altrimenti resta un catalogo. Ma il punto vero è un altro e sta prima di tutto il resto. Evans vuole che tu veda prima di sapere. Vuole che le immagini ti arrivino addosso senza la protezione di un contesto, senza nomi, senza date, senza una voce che ti dica cosa stai guardando. Tutto il libro è costruito su questo principio e quasi nessuno lo prende sul serio.

American Photographs è diviso in due parti e la seconda parte esiste davvero. Sembra banale dirlo, ma quasi nessuno la legge come dovrebbe. Evans ha costruito due movimenti distinti, come in una sonata e da quasi novant’anni la critica continua a tornare quasi solo sul primo. La seconda viene trattata come un’appendice. Questo dice più di noi che di Evans. Continuiamo a cercare le immagini che si offrono subito. La struttura la diamo per scontata.

Due movimenti

La prima parte lavora per accumulo. Volti, vetrine, cartelloni, interni domestici, l’America come superficie intasata di segni. La seconda, invece, svuota. Le case diventano geometrie. Le strade si allungano senza figure umane. Chi si ferma alla prima parte pensa che Evans stia facendo un inventario sociale. Chi arriva fino in fondo si accorge che il vuoto della seconda risale all’indietro e infetta tutto quello che è venuto prima, che quei volti che sembravano così stabili e quelle vetrine così piene dopo le architetture deserte non reggono più allo stesso modo. Tutta quella pienezza si scopre fragile, provvisoria. Era già sul punto di sparire e tu ancora non lo sapevi. Abbiamo frequentato poco questa possibilità di lettura. Eppure è precisamente questo che fa la struttura. Parte dal pieno e arriva al vuoto. Prima ancora del tema, è l’occhio a essere spostato.

Il poeta, non il narratore

Lincoln Kirstein, nel saggio che chiude il volume, scrive che il lavoro di Evans possiede «intention, logic, continuity, climax, sense and perfection» e poi chiede «What poet has said as much?». Il paragone è con la poesia, non con il romanzo. E invece la critica successiva ha insistito per decenni sull’aspetto narrativo, trasformando Evans in un narratore dell’America, cucendogli addosso un ruolo che Kirstein non stava descrivendo. Nel saggio Evans è un poeta e il libro va letto nell’ordine in cui si dà, come un poema, non come un racconto. E un poema non ti spiega cosa stai per provare, ti ci porta dentro.

Mallarmé, in Un coup de dés, aveva fatto qualcosa di analogo con le parole. Le aveva sparse sulla pagina, lasciando che fosse il bianco a tenerle insieme. Chi legge non segue soltanto una frase ma osserva anche il vuoto tra esse. Ed è quel vuoto a cambiare il peso di ogni parola. Evans fa la stessa cosa con le fotografie. La pagina sinistra vuota è il punto in cui il libro ti mette al lavoro, il luogo in cui l’immagine appena vista continua a muoversi dentro chi guarda e questo Evans lo aveva capito in un momento in cui, almeno nel contesto della fotografia americana, una teoria del fotolibro ancora non esisteva. Ha costruito un libro fatto più di intervalli che di immagini.

L’ordine come significato

Guarda cosa succede nelle prime pagine della prima parte. Prima c’è Sidewalk and Shopfront, New Orleans, 1935, la facciata di un negozio tappezzata di pubblicità. Subito dopo arriva Negro Barber Shop Interior, Atlanta, 1936, l’interno di un barbiere dove qualcuno lavora. Nessuna didascalia le collega. Nessuna continuità geografica dichiarata, eppure, dopo le insegne che promettono merci, quell’interno cambia. Non è più soltanto un luogo. Diventa lo spazio in cui qualcuno vive sotto quelle promesse. E questo significato non viene da una spiegazione, lo produce la sequenza proprio perché non te lo anticipa. Lo vedi accadere tra una fotografia e l’altra, senza che nessuno te lo annunci.

Evans avrebbe potuto invertire le due fotografie. Prima il barbiere, poi le insegne. Sarebbe stato un gesto più protettivo, quasi paternalistico. Ecco una persona nel suo spazio e adesso guarda il sistema che la circonda. Evans fa l’opposto. Ti mostra prima il sistema, poi chi ci vive dentro. Non ti sta chiedendo compassione, ma di riconoscere una struttura. L’effetto è cognitivo, secco. Nella fotografia documentaria americana del 1938, quasi nessuno lavorava in questo modo. Chiunque abbia provato a mettere fotografie in sequenza conosce il problema. Ciò che viene prima cambia il peso di ciò che viene dopo. Evans ha capito che la sequenza non organizza un significato già dato. Lo produce.

La sparizione

Ho detto che quasi nessuno legge la seconda parte. Voglio essere più preciso. È lì che Evans compie il gesto più coraggioso del libro. Toglie le persone. Dopo cinquanta e più fotografie di volti, corpi, insegne lette da qualcuno, vetrine, la seconda parte mostra l’America senza americani. Case vuote. Facciate industriali. Strade. Il passaggio è brusco e soprattutto non viene preparato. Evans non scrive un intermezzo, non inserisce un titolo che dica adesso guardiamo il paesaggio. A un certo punto la gente scompare e basta.

Restano edifici che portano ancora addosso l’impronta di chi li abitava. Case di legno fotografate frontalmente, simmetriche, con finestre che sembrano occhi chiusi. Dopo decine di ritratti nella prima parte, quelle facciate finiscono per diventare volti svuotati. Le persiane socchiuse, il portico dove qualcuno sedeva, tutto parla di una presenza che se n’è andata. Evans fotografa l’assenza attraverso l’architettura. Usa le case come il calco di qualcosa che non c’è più. È questo il meccanismo del libro. La prima parte ti riempie la memoria di volti. La seconda te li toglie. Qui si apre la distanza con la fotografia sociale del suo tempo. I libri della Farm Security Administration, che usavano fotografie degli stessi anni e spesso degli stessi luoghi, facevano esattamente il contrario. Spiegavano. Ecco l’America povera, ecco i suoi abitanti, ecco le cause, ecco cosa bisogna fare. Evans rifiuta tutto questo. Le sue immagini non argomentano. Si dispongono.

Il paragone più onesto, allora, non è con il documentario ma con la liturgia, che funziona solo se i gesti vengono compiuti tutti, nell’ordine giusto e fino in fondo. Se salti una pagina di American Photographs, perdi il filo. Non perché ci sia una trama, ma perché ogni immagine pesa in modo diverso a seconda di quella che la precede. Evans voleva che vedessi prima di sapere. Per questo ha messo le didascalie alla fine. Prima guardi, poi scopri dove e quando. Nel 1938, togliere le informazioni dalle immagini era una dichiarazione di guerra al fotogiornalismo che non è stata mai raccolta. Abbiamo guardato le fotografie, abbiamo trascurato la struttura e alla fine abbiamo deciso che Evans era un documentarista.

Produzione e materialità

RISTAMPE

MoMA, 1962 (2ª ed., prefazione Monroe Wheeler)
MoMA, 1988 (50° anniversario)
MoMA, 2012 (75° anniversario, facsimile digitale)

PER APPROFONDIRE

Walker Evans, American Photographs, The Museum of Modern Art, New York, 1938 (75th anniversary edition, 2012)

Alan Trachtenberg, Reading American Photographs: Images as History, Mathew Brady to Walker Evans, Hill and Wang, New York, 1989

Svetlana Alpers, Walker Evans: Starting from Scratch, Princeton University Press, 2020

Belinda Rathbone, Walker Evans: A Biography, Houghton Mifflin, Boston, 1995

Jerry L. Thompson e John T. Hill (eds.), Walker Evans at Work, Harper and Row, New York, 1982

John Szarkowski, Walker Evans, The Museum of Modern Art, New York, 1971

Martin Parr e Gerry Badger, The Photobook: A History, Vol. I, Phaidon, London, 2004

Andrew Roth (ed.), The Book of 101 Books: Seminal Photographic Books of the Twentieth Century, PPP Editions, New York, 2001

Leslie Katz, “Interview with Walker Evans”, Art in America 59, March-April 1971

Lincoln Kirstein, “Photographs of America: Walker Evans”, in American Photographs, 1938

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Chroma
Pensare per immagini. Riflessioni, non recensioni.