Sono stato a Hiroshima nel 2010, non a Nagasaki. Avevo una macchina fotografica e non sapevo ancora cosa farne. Ho scattato poco e male, con la distrazione di chi sente che lo strumento è sbagliato ma non capisce perché. Non ricordo le immagini. Ricordo una sensazione fisica: tutto funzionava, tram e uffici e gente che andava al lavoro e in mezzo il Dome, l’unico oggetto rimasto alle 8:15 del 6 agosto 1945 mentre tutto intorno è stato ricostruito. Il vuoto era insostenibile non perché mancasse qualcosa ma perché tutto era stato rimesso a posto. Ho messo giù la macchina e ho scritto. Hiroshima non è Nagasaki. Sono due città, due bombe, due modi completamente diversi di fare i conti con la catastrofe. Ma l’inadeguatezza della macchina fotografica davanti a un luogo che non collabora, quella l’ho sentita. Da lì posso avvicinarmi a questo libro. Non perché io e Tomatsu ci siamo trovati nello stesso posto, ma perché il problema era simile. Lui, a differenza di me, non ha messo giù la macchina. Ha cambiato il modo di usarla.
L’incarico
Nel 1960 il Japan Council Against Atomic and Hydrogen Bombs chiede a Shomei Tomatsu di fotografare gli effetti della bomba a Nagasaki. Tomatsu ha trent’anni, è uno dei fondatori dell’agenzia VIVO, ha già fotografato a lungo le basi americane e la cultura dell’occupazione. Di Nagasaki non sa quasi nulla. Come la maggior parte dei giapponesi, ha scelto di non confrontarsi con quel trauma. Arriva nel 1961, accompagnato da guide locali che gli presentano gli hibakusha, i sopravvissuti. Dirà in seguito che il loro aspetto fisico rendeva quasi impossibile fotografarli. Da quell’incontro nasce Hiroshima-Nagasaki Document 1961, un lavoro a quattro mani con Ken Domon. Le immagini di Domon, dedicate a Hiroshima, sono frontali, chirurgiche: operazioni ricostruttive, cicatrici mostrate senza filtro. Domon va dritto sui corpi. Tomatsu invece mostra gli oggetti. Un orologio fermo e una bottiglia fusa dal calore fino a diventare una forma che sembra carne. Lascia parlare la distruzione attraverso le cose che l’hanno subita.

© Shomei Tomatsu
Nagasaki però non finisce lì. Tomatsu ci torna nei primi anni Sessanta ed esce dal perimetro del trauma. Nel 1966 pubblica 11:02 Nagasaki, centodiciannove tavole in bianco e nero stampate in calcografia. In copertina, l’orologio. Sul frontespizio, discreto, il titolo: 〈11時02分〉NAGASAKI.
Il libro vende poco. L’editore, Shashin Dojinsha, fallisce subito dopo la pubblicazione. Tomatsu fonda la propria casa editrice, e rimette in circolazione le copie invendute con un colophon nuovo. Siamo nel 1966, il Giappone è nel pieno del miracolo economico, e un libro come questo non lo vuole nessuno.
Un libro che non ho in mano
Non ho questo libro e probabilmente non lo terrò mai in mano. La prima edizione Shashin Dojinsha del 1966 costa cara e compare raramente. La seconda edizione Shaken del 1968 è altrettanto rara. La terza Shinchōsha del 1995 è più accessibile ma diversa nell’impaginazione. Non esiste una ristampa corrente. Ho letto 11:02 Nagasaki attraverso un frammento: una dozzina di doppie pagine riprodotte su un sito di libri fotografici, come si legge un testo antico di cui restano pezzi. Non è il modo giusto di leggere un fotolibro: ha un peso, una carta, un ritmo che dipende dalla velocità con cui giri le pagine. Ma è il modo in cui quasi tutti leggono questo libro, perché pochi lo possiedono davvero. La critica che ne parla lavora sulle stesse immagini celebri che circolano ovunque: la bottiglia, l’orologio, la statua decapitata. Il resto è invisibile. Provo a leggere quello che ho e a dire cosa vedo, con tutti i limiti del caso.
Cinque immagini non sono un libro
La critica ha sempre collocato 11:02 Nagasaki in una genealogia della bomba: Hiroshima di Domon (1958), The Map di Kawada (1965), 11:02 Nagasaki di Tomatsu (1966). Una progressione dal letterale al metaforico. Domon mostra le ferite. Kawada le rende illeggibili. Tomatsu le trasforma in oggetti. La critica celebra la bottiglia fusa come icona, cita l’orologio come simbolo del tempo interrotto e commenta la perizia compositiva. Si ferma lì. Chi descrive il libro così sta parlando delle stesse immagini che circolano e ignorando le altre centotredici tavole. Isola un frammento e lo spaccia per il tutto, che è esattamente l’operazione che un libro del genere rifiuta di compiere su Nagasaki.
Le pagine che nessuno cita
Guardando le riproduzioni disponibili di 11:02 Nagasaki si vede un libro diverso da quello che i commentatori descrivono. Non conosco l’ordine delle tavole. Vedo doppie pagine sparse, senza sapere quale viene prima e quale dopo. Eppure anche così il libro parla. Una festa con i palloncini bianchi contro un cielo grigio. E altrove una schiena nuda segnata dalle cicatrici della bomba, fotografata da vicino, senza volto. La festa e la cicatrice sono nello stesso libro. Un uomo con una fascia in testa occupa un’intera pagina, guarda dritto in macchina, ricambia lo sguardo del fotografo e gli chiede conto della sua presenza lì. Un occhio in primissimo piano, enorme, la pelle intorno segnata: non puoi guardarlo senza che ti guardi. Il rapporto tra fotografo e soggetto qui smette di essere documentario e diventa reciproco. Poi gli oggetti: la ciotola fusa, la bottiglia su fondo nero, le statue sacre sfigurate. Sono le immagini che la critica cita sempre, composte con una cura che rasenta la bellezza. I volti e i corpi, nelle pagine che ho visto, sono più crudi e più difficili da sostenere. Il porto visto dall’alto e nel mezzo una portaerei americana: l’occupazione dentro il paesaggio quotidiano di Nagasaki, il tema di tutta la vita di Tomatsu in una sola inquadratura. E un’immagine che per me conta più di tutte le altre, quella che nessuno nella critica sul fotolibro cita mai: un interno domestico scuro con dei bambini nella stanza. Una ragazza con un cappello occidentale guarda in macchina e sul muro, dietro di loro, una riproduzione della Madonna. Gli oggetti deformati dicono cosa la bomba ha fatto alla materia di questa città. La Madonna sul muro dice quanto tempo prima l’Occidente fosse già in quella stanza. La ragazza e i bambini non portano nessun segno della bomba, eppure sono nel libro, perché questa è Nagasaki, una città in cui la bomba e il cattolicesimo occupano la stessa stanza.
La città più occidentale del Giappone
Nagasaki non è una città giapponese qualsiasi colpita dalla bomba. I portoghesi arrivano nel suo porto nella seconda metà del Cinquecento. Il signore locale si converte al cattolicesimo e apre la città al commercio. Nagasaki diventa il centro dell’attività missionaria gesuita in Giappone. Quando il paese si chiude al mondo nel 1641, Nagasaki resta l’unico punto di contatto con l’Occidente. Per duecento anni di isolamento, Nagasaki è la fessura nella porta. Il cattolicesimo viene proibito, i missionari espulsi, i cristiani perseguitati. Ma a Nagasaki la fede sopravvive in clandestinità. I cristiani nascosti, mantengono il rito per generazioni senza preti e senza chiese, trasmettendo le preghiere a voce. Quando il Giappone riapre nella seconda metà dell’Ottocento, i missionari francesi costruiscono la chiesa di Ōura e i cristiani nascosti escono allo scoperto. La comunità cattolica di Nagasaki rinasce, si concentra nel quartiere di Urakami e costruisce con le proprie mani la cattedrale più grande dell’Asia orientale.
Il 9 agosto 1945 alle 11:02 la bomba cade su Urakami.

© Shomei Tomatsu
Il bersaglio primario era Kokura, più a nord, dove sorgeva il più grande arsenale dell’esercito. Ma il cielo su Kokura era coperto. Il B-29 Bockscar devia su Nagasaki, bersaglio secondario, scelto per la presenza dello stabilimento Mitsubishi nella valle di Urakami. Un’apertura nelle nuvole fa sganciare la bomba più a nord del previsto. L’ipocentro è a poche centinaia di metri dalla cattedrale. I cattolici di Urakami, sopravvissuti a quattro secoli di persecuzione, vengono investiti in pieno. Circa ottomila e cinquecento fedeli muoiono, più di due terzi dei cristiani del quartiere.
Due linguaggi per la stessa bomba
Questo fatto cambia tutto e cambia soprattutto la distanza tra Hiroshima e Nagasaki. A Hiroshima il linguaggio della memoria è civile e politico. La bomba come crimine, la guerra come male assoluto, il disarmo come imperativo. Poi il Parco della Pace, il museo, parlano tutti questo linguaggio. È laico, esportabile e per questo Hiroshima è diventata un simbolo mondiale. A Nagasaki succede qualcos’altro. Tre mesi dopo la bomba, il 23 novembre 1945, si celebra una messa funebre tra le rovine della cattedrale di Urakami. A prendere la parola davanti alla folla dei sopravvissuti è Nagai Takashi, un radiologo convertito al cattolicesimo. Sua moglie Midori è morta nella deflagrazione e quando Nagai è tornato a casa ha trovato le sue ceneri e, tra le macerie, il rosario. È già malato di leucemia, contratta per l’esposizione professionale alle radiazioni prima della bomba e gli restano pochi anni. Davanti a quella folla Nagai pronuncia un discorso che spacca la comunità. Usa una parola: hansai. In giapponese biblico significa olocausto nel senso antico del termine, l’offerta bruciata interamente sull’altare. Nagai dice che Urakami è stata scelta dalla provvidenza divina come agnello senza macchia, sacrificata per i peccati di tutte le nazioni nel conflitto mondiale. Che la distruzione dei cattolici di Urakami è il prezzo pagato per la fine della guerra e che la bomba non è caduta lì per caso ma per disegno. Tra i presenti c’è chi piange e chi grida di rabbia. Molti trovano insopportabile che il proprio dolore venga trasformato in teologia. L’idea che la morte di migliaia di persone sia un sacrificio voluto da Dio solleva obiezioni furiose, allora come adesso. La questione non è se Nagai abbia ragione. La questione è che a Nagasaki esisteva già un vocabolario per dire queste cose. I cristiani nascosti avevano un linguaggio per il martirio che veniva da quattro secoli di persecuzione, di sofferenza interpretata come offerta. Nagai non inventa nulla: prende un linguaggio che la comunità aveva da generazioni e lo applica alla bomba. A Hiroshima questo linguaggio non esiste. La bomba viene elaborata attraverso la politica e l’attivismo pacifista. A Nagasaki viene elaborata anche attraverso il martirio e il sacrificio. Due città, due grammatiche del dolore. Nagai muore nel 1951 dopo aver scritto Le campane di Nagasaki che diventa un bestseller, il film che ne viene tratto ha un successo enorme. La sua teologia del sacrificio resta una ferita aperta nella comunità e non accenna a chiudersi.

© Shomei Tomatsu
Cosa fotografa Tomatsu
Tomatsu non fotografa solo Nagasaki. Fotografa una Nagasaki che porta le tracce di questa storia. La Madonna sul muro di quella casa. Il cimitero con le croci. L’ossario. L’interno dove convivono oggetti giapponesi e iconografia cristiana. Nella seconda edizione, Tomatsu dedica esplicitamente più spazio alla comunità cattolica, al tratto che distingue Nagasaki da qualsiasi altra città giapponese. Il tema della sua vita intera è la collisione tra Giappone e Occidente. Le basi americane, i soldati a Yokosuka, il chewing gum e la cioccolata lanciati ai bambini. Per decenni fotografa i punti dove due mondi si toccano. Chi ha scritto di Tomatsu ha sempre trattato Nagasaki come un capitolo diverso: la bomba da un lato, l’occupazione dall’altro.
I quattro libri che non potevano esistere
Tomatsu aveva progettato 11:02 Nagasaki come il primo di quattro volumi. Gli altri tre dovevano intitolarsi Osorezan: Countryside Politicians, Homes e Asphalt and Occupation. L’editore fallisce, i tre volumi non escono mai. Nel 1967 Tomatsu li riunisce in Nihon, un unico volume dove le immagini di tutte le serie si mescolano. Dice di aver “ricomposto” il materiale, cambiando titoli e temi. Il progetto fallisce per ragioni economiche. Eppure 11:02 Nagasaki contiene già tutto: case, strade, porto, interni, lavoro. Il libro sulla bomba contiene anche gli altri tre non pubblicati. Non esiste un angolo di Nagasaki che non sia un angolo dopo la bomba. Nihon, che rimette tutto insieme, non fa che riconoscere quello che il libro del 1966 mostrava già.
L’orologio e il fotografo in ritardo
Il frontespizio: una pagina bianca con il titolo a sinistra e l’orologio a destra, piccolo, le lancette ferme alle 11:02. Chiamare un libro con un’ora vuol dire che il tempo del fotografo non conta. Conta il tempo dell’evento. Tomatsu arriva a Nagasaki sedici anni dopo l’esplosione e l’orologio fermo glielo ricorda a ogni pagina. Non è il simbolo del momento della deflagrazione e basta. È la dichiarazione di metodo del libro: guardare ogni cosa dall’interno di quell’ora, non dal 1961 o dal 1966. Stare alle 11:02 anche quando si fotografa una festa con i palloncini o una ragazza con il cappello. Tomatsu scrive che la città ha due tempi, le 11:02 del 9 agosto 1945 e tutto quello che è venuto dopo e nessuno dei due va dimenticato. Il libro mostra che questi due tempi non sono separabili. Ogni superficie porta entrambi.

© Shomei Tomatsu
L’orologio segna un’ora precisa di un giorno preciso. La Madonna sul muro parla di un tempo molto più lungo. Le cicatrici sulla pelle raccontano il 1945. Le croci nel cimitero raccontano quattro secoli. Tomatsu li mette nella stessa sequenza perché sono nella stessa città. La catastrofe della bomba non inaugura la storia di Nagasaki con l’Occidente. La accelera fino alla deflagrazione.
Cosa resta da fotografare
A Hiroshima nel 2010 ho messo giù la macchina e ho scritto. Non sapevo niente di Tomatsu. Non avevo mai visto 11:02 Nagasaki. Davanti a quel vuoto la parola mi sembrava più onesta dell’immagine. Quindici anni dopo scrivo di un fotografo che in una città diversa, con una storia diversa, ha trovato un’altra risposta. Non ha cercato il fatto. Ha guardato quello che il fatto aveva lasciato sulla materia e ne ha costruito un libro. In quel lavoro ha scoperto che la ferita del 1945 ne copriva un’altra, più antica e più ambigua. L’orologio non riparte. Tomatsu è morto nel 2012 a Naha, Okinawa, un’altra isola che conosce bene la presenza americana. Il libro continua a fare quello che ha sempre fatto, dalle poche pagine che posso sfogliare come dalle molte che non vedrò: costringe chi guarda a stare fermo davanti alle cose dopo che qualcosa le ha attraversate.
Produzione e materilità
Shinchosha / Photo Musée, 1995
Per appronfondire
Leo Rubinfien, Sandra S. Phillips, John W. Dower, Shomei Tomatsu: Skin of the Nation, SFMOMA / Yale University Press, 2004 — la monografia di riferimento in inglese
Martin Parr, Gerry Badger, The Photobook: A History Vol. I, Phaidon, 2004 — le pagine 274-277 sono dedicate a 11:02 Nagasaki
Ryuichi Kaneko, Ivan Vartanian, Japanese Photobooks of the 1960s and ’70s, Aperture, 2009
Ivan Vartanian (ed.), Setting Sun: Writings by Japanese Photographers, Aperture, 2006 — contiene scritti di Tomatsu in inglese
Su Nagasaki cattolica e Nagai Takashi:
Nagai Takashi, Le campane di Nagasaki (Nagasaki no Kane), 1949
Paul Glynn, A Song for Nagasaki, Ignatius Press, 2009 — la biografia più completa di Nagai
Chad Diehl, Resurrecting Nagasaki, Cornell University Press, 2018
Gwyn McClelland, Dangerous Memory in Nagasaki: Prayers, Protests, and Catholic Survivor Narratives, Routledge, 2020
Sul contesto fotografico giapponese:
Andrew Roth (ed.), The Open Book: A History of the Photographic Book from 1878 to the Present, Hasselblad Center, 2004
Ryuichi Kaneko, Ivan Vartanian, The Japanese Photobook 1912–1990, Steidl, 2017