Sono cresciuto ad Alassio. Una tasca di sabbia aperta per caso tra due promontori di roccia, tutto intorno scogliera che non cede. Crescendo lì ho imparato che la spiaggia è un’eccezione, qualcosa che richiede una spiegazione geologica più che una condizione ovvia del mare. Il fatto che esistesse quella spiaggia, proprio lì, era già di per sé una notizia. Fuori stagione, quando i turisti sparivano e il lungomare tornava a essere un posto in cui la gente ci viveva davvero, quella striscia di sabbia sembrava ancora più improbabile, come qualcosa che il mare avesse concesso per errore e potesse riprendersi in qualsiasi momento (come a volte succede del resto). Mio padre è di Gonnesa, vicino a Piscinas, dove le dune più grandi del Mediterraneo si spostano col vento senza chiedere il permesso a nessuno. Due bords de mer eccezionali nel corpo, uno improbabile, l’altro selvaggio. Mai uno normale. Mai uno come quelli di Basilico.
Ho aperto questo libro cercando il mare e non l’ho trovato.

© Gabriele Basilico
Un libro senza mare
Bord de Mer è il titolo, eppure il mare in queste fotografie è quasi sempre sullo sfondo. Una linea orizzontale piatta che separa il grigio del cielo dal grigio della terra. In primo piano c’è altro. Capannoni, gru ferme, strade che finiscono contro niente, tettoie industriali che potrebbero stare ovunque e invece stanno lì, a pochi metri dall’acqua, come se non esistesse. La costa del Nord della Francia, fotografata nel 1984 e 1985 per la missione DATAR. Dunkerque, Calais, Boulogne-sur-Mer, Dieppe, Le Tréport, Normandia e Bretagna.
Basilico arrivò su quella costa e capì subito che il suo soggetto non era il mare, era quello che l’uomo gli aveva costruito di fronte, ignorandolo.
Questo è il gesto più radicale del libro, più di qualsiasi scelta formale. Le scogliere di Étretat erano già troppo cariche di pittura (Monet, Courbet, Delacroix, Isabey ci lavorarono tutti) e di memoria, le spiagge dello sbarco ne portano una così pesante da non lasciare spazio a nient’altro. Basilico andò altrove, nelle raffinerie, per i moli, lungo le zone portuali dove la scala umana è scomparsa da decenni. Ma anche nei porti di pesca, nel lungomare fuori stagione, per i paesi costieri che non sanno più se guardare verso il mare o verso l’entroterra. Luoghi che nessuno fotografa perché non si sa come guardarli, perché non appartengono a nessuna categoria visiva consolidata. Sono semplicemente lì, senza categoria e Basilico li tratta con la stessa attenzione che riserverebbe a un edificio importante.
Lo Stato che guarda
Vale la pena fermarsi un momento sulla DATAR, perché è il contesto che dà peso a tutto il resto. Nel 1984 il governo francese decise di finanziare una missione fotografica sul paesaggio nazionale. Non su Parigi, non sui castelli della Loira, ma sul territorio contemporaneo nella sua complessità e nel suo disordine. Autostrade, periferie, zone industriali, coste. Chiamò fotografi di generazioni e approcci diversi; disse loro di andare a guardare. Era un atto di lucidità politica insolita, quello di uno Stato che riconosce che il paesaggio è già cambiato e che la cosa più onesta da fare è documentarlo prima che sparisca anche il ricordo di quello che era. Non una celebrazione. Non un archivio consolatorio. Qualcosa di più scomodo. Basilico scelse le coste del Nord, il bordo più esposto del paese, quello in cui il declino industriale del dopoguerra era già leggibile nelle architetture abbandonate, nelle gru ferme, nel cemento che invecchia male. Documentava qualcosa che stava già cambiando mentre lui guardava.

© Gabriele Basilico
Il progetto come diagnosi
Basilico era architetto prima che fotografo, lo si capisce dal metodo. Frontalità assoluta, distanza calcolata e geometria che non cede mai all’effetto atmosferico o alla tentazione del pittoresco. In certe immagini si vede un edificio industriale fotografato esattamente di fronte, a una distanza che mostra la facciata per intero, senza scorcio, senza ombra drammatica. La luce è piatta, il cielo è neutro. L’edificio viene trattato come un soggetto che merita di essere visto chiaramente e quella distanza è rispetto più che freddezza. Gli strumenti del progetto, la frontalità, la misura, l’attenzione geometrica per il manufatto, mostrano decenni di costruzioni costiere che non si sono mai chieste cosa stessero distruggendo, che hanno trattato il bordo del mare come una risorsa da colonizzare piuttosto che come un confine da rispettare. Non lo dice esplicitamente, e forse è meglio così.
Prima di Augé
Nel 1992 Marc Augé pubblica Non-lieux, il libro in cui teorizza gli spazi senza identità né storia propria, quelli che attraversiamo senza abitarli. Autostrade, aeroporti, centri commerciali. Lo spazio della modernità accelerata che non produce senso, solo movimento. Basilico fotografa questi stessi spazi sulla costa otto anni prima, senza nominarli e senza una teoria a supporto. Solo con gli occhi e con la pazienza di chi non cerca l’effetto. Le sue coste condividevano già quella condizione, separate dal mare che avevano davanti e dall’entroterra che avevano dietro, attraversate da un lavoro ormai in declino, condannato dalla recessione degli anni Ottanta. Spazi che non erano ancora abbandonati ma avevano smesso di credere in se stessi. Mi chiedo se questa coincidenza dica qualcosa sul rapporto tra sguardo e concetto. Se certe condizioni storiche diventino visibili prima di diventare pensabili e se la fotografia, quando è davvero onesta, arrivi a vedere quello che la cultura non ha ancora trovato il modo di nominare. Bord de Mer è del 1990. Descrive uno spazio che allora non aveva ancora un nome e forse per questo è rimasto un libro difficile da inquadrare.



Il mare che non comanda più
Il mio bord de mer, la tasca di sabbia improbabile ad Alassio, quelle dune di Piscinas che si spostano senza chiedere permesso, è sempre stato un posto in cui il mare è ancora il soggetto, abbastanza potente da dettare le condizioni. La città si è costruita intorno e dipende da lui. Anche le brutture estive, il turismo di massa e i palazzi anni Settanta con i balconi che si affacciano sulla spiaggia. Tutto gira intorno all’acqua. Qui il mare è ancora necessario. Nelle fotografie di Basilico quella necessità è scomparsa. Il mare è diventato lo sfondo, una linea che divide due superfici grigie. Le costruzioni gli hanno voltato le spalle senza nemmeno accorgersene. Non c’è stata una decisione o un momento esatto in cui qualcuno ha stabilito che il mare non contasse più. È successo nell’indifferenza, nella logica cieca dell’espansione industriale che non si ferma a guardare cosa si lascia dietro. Basilico lo ha visto. Ha piantato il cavalletto, ha aspettato la luce giusta, quella piatta che non mente e ha fotografato. Lo sguardo era freddo, l’attesa paziente e l’attenzione di chi sa che certe cose vanno guardate prima che sia troppo tardi. Non so se questo basti. Ma guardando queste immagini ho pensato che forse, in certi casi, sia già molto.
Produzione e materialità
RISTAMPE
1992 — Art&, Udine. Seconda edizione, 37 fotografie
2003 — Le Point du Jour / Baldini & Castoldi, 55 fotografie, testo di Basilico “Per una lentezza dello sguardo”
2017 — Contrasto, Roma. Quarta edizione definitiva, 72 fotografie + sequenza di 135 minimali
Per approfondire
Sul libro e sull’autore
Gabriele Basilico, Bord de Mer, Art& Udine, 1990 (prima edizione)
Gabriele Basilico, Bord de Mer, Le Point du Jour, 2003 (terza edizione, con testi di Bernard Latarjet)
Gabriele Basilico, Bord de Mer, Contrasto, 2017 (edizione definitiva, 72 fotografie)
Gabriele Basilico, Scattered City, Lars Müller Publishers, 2005
Gabriele Basilico, Interrupted City, Contrasto, 2008
Sulla missione DATAR
Paysages Photographies. La Mission Photographique de la DATAR, Hazan, 1989 — il catalogo collettivo della missione, con tutti i fotografi coinvolti
Bernard Latarjet, testo in Bord de Mer — il saggio del commissario della missione, unico testo presente in tutte le edizioni
Sul paesaggio industriale e il non-luogo
Marc Augé, Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Seuil, 1992
Marc Augé, Non luoghi, Elèuthera, 1993 (edizione italiana)
Edward Relph, Place and Placelessness, Pion, 1976 — testo precedente che anticipa molte delle intuizioni di Augé
Sul rapporto tra architettura e fotografia
Roberta Valtorta, Volti della città. Sulla fotografia di paesaggio urbano, Bruno Mondadori, 2011
Lewis Baltz, Rule Without Exception, Des Moines Art Center, 1990 — punto di riferimento per capire Basilico nel contesto della New Topographics
Contesto storico-visivo
William Jenkins (a cura di), New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape, George Eastman House, 1975 — la mostra che definisce il genere in cui Basilico si inserisce