C’è un equivoco che resiste da sessant’anni e che nessuno ha interesse a dissipare. Le fotografie dei pretini sarebbero immagini di gioia. Quei seminaristi, mentre danzano nella neve, rappresenterebbero una parentesi di libertà dentro la gabbia della vocazione forzata. È la lettura che ha fatto fortuna, quella che ha portato la serie alla Photokina nel 1963 e Giacomelli nella collezione del MoMA e che sta bene nei cataloghi perché rassicura. Ma per me è un’idea che non regge a un’osservazione prolungata del libro. Credo che queste immagini parlino di qualcosa di meno rassicurante e che la loro forza sia l’impossibilità di decidere se quello che vediamo è gioco o costrizione.
Un giorno di neve
Bisogna partire da un dato materiale. Giacomelli frequenta il seminario vescovile di Senigallia per tre anni, tra il 1961 e il 1963. Il primo anno non fotografa, guarda. Si abitua all’ambiente fino a sparirci dentro. Quando finalmente carica la macchina, un giorno di neve, usa tempi di esposizione lunghi e il flash. Questa scelta tecnica non è accessoria, l’esposizione lunga trasforma il movimento in una smaterializzazione, le figure perdono i contorni, le tonache nere diventano macchie che si allargano nello spazio bianco come inchiostro su carta bagnata. Il flash, usato di giorno, brucia lo sfondo e isola le figure dal contesto. Non c’è più il cortile, non c’è più il muro del seminario. Senigallia è scomparsa. C’è uno spazio senza coordinate dove figure scure si agitano su un fondo che potrebbe essere neve, luce o nulla.

© Mario Giacomelli
Il tipografo
Chi conosce il mestiere di Giacomelli sa che niente di tutto questo è un incidente. Era un tipografo, a tredici anni era entrato come garzone alla Tipografia Giunchedi, nel 1950 aveva aperto la sua, la Tipografia Marchigiana di via Mastai e ci ha lavorato per mezzo secolo. L’impaginazione del bianco e del nero era il suo lavoro diurno prima di diventare la sua ossessione notturna. In camera oscura usava le mascherine, pezzetti di cartone mossi davanti all’ingranditore per bruciare o trattenere zone dell’immagine. Applicava alla fotografia la stessa logica. Un carattere nero su una pagina bianca è già una forma di contrasto, una decisione su cosa far emergere e cosa lasciare nel vuoto. Giacomelli costruiva quelle immagini con la stessa pazienza manuale con cui componeva una locandina nella tipografia. L’idea dello scatto istintivo, del reportage del momento, non regge a una lettura attenta del libro.
L’istituzione totale
La pubblicazione di Photology, pur con tutti i suoi limiti di formato e di stampa, recupera anche immagini rimaste fuori dalla prima selezione. Nella serie canonica, quella pensata per le mostre, i seminaristi danzano, si lanciano palle di neve. Le composizioni sono quasi coreografiche, dominate dal movimento collettivo, ma nelle foto aggiunte nel libro compaiono immagini diverse: la vista dall’alto del seminario (l’occhio che sorveglia), i preti che si tirano cuscini nella camerata e quelli che giocano a pallavolo o suonano strumenti. Sono immagini che rompono l’incantesimo del girotondo nella neve perché restituiscono il contesto che Giacomelli aveva eliminato di proposito e in cui si vede il seminario per quello che era, ovvero un’istituzione totale dove ogni momento, incluso il gioco, è regolato e sorvegliato.
La regola travestita da eccezione
Il girotondo dei pretini è la regola travestita da eccezione, il momento in cui, nel seminario, si concede una pausa dalla disciplina. Giacomelli, orfano di padre a nove anni e mandato a lavorare in tipografia a tredici, lo sapeva per esperienza diretta. Conosceva le istituzioni che accolgono i figli dei poveri e li trasformano in qualcos’altro. Sua madre faceva la lavandaia all’ospizio di Senigallia, lo stesso che avrebbe fotografato nella serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Quando racconta di aver pianto guardando il padre che consegna il figlio al seminario, aggiunge che non ha avuto il coraggio di sviluppare quell’immagine. Esiste da qualche parte un negativo che contiene il momento esatto della separazione e il fotografo non ha voluto guardarlo. So di cosa si tratta. A Odessa, nel febbraio del 2022, ho lasciato esistere immagini che non ho scattato. La fotografia di Giacomelli mette in scena quello che lui per primo non riesce a guardare direttamente.


© Mario Giacomelli
Le mani che mancano
© Mario Giacomelli
Il titolo del libro è un verso di padre David Maria Turoldo, dalla raccolta omonima pubblicata da Bompiani nel 1948: Io non ho mani / che mi accarezzino il volto / (duro è l’ufficio di queste parole / che non conoscono amori). Un testo su cosa significa non essere toccati. Turoldo era un prete, sapeva di cosa parlava. Se il titolo parla di mancanza di mani che toccano, le danze nella neve sono il tentativo disperato del corpo di compensare un’intimità negata. Il girotondo è l’unica forma di contatto consentita a chi ha rinunciato ad averlo.

© Mario Giacomelli
I sigari di Formiconi
Le fotografie vengono scattate tra il 1961 e il 1963, negli stessi anni in cui il Concilio Vaticano II rimette in discussione il rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Don Enzo Formiconi, il rettore del seminario, è vicino a quello spirito di rinnovamento e apre le porte a Giacomelli. Per tre anni il fotografo entra ed esce liberamente, osserva, provoca. Porta ai seminaristi dei sigari per fotografare la loro reazione. Quando il rettore viene sostituito, il nuovo responsabile caccia Giacomelli e chiude la porta. Le fotografie dei pretini nascono dentro quella finestra, tra un’apertura e una chiusura. Sono la domanda formulata per immagini, non la risposta. E sono anche, a essere onesti, il frutto di una manipolazione del soggetto che oggi apparirebbe difficilmente difendibile. Ma questa ambiguità, il fotografo che provoca la trasgressione e poi la riprende, rende la serie impossibile da risolvere.
Segni neri su fondo bianco
È nella forma che il libro parla più forte. Lo spazio delle immagini canoniche, il bianco bruciato e le figure che fluttuano, non è uno spazio di libertà, è uno spazio di sospensione. Le figure sembrano levitare non perché sono libere, ma perché sono state strappate dalla gravità del reale. Sono sagome, non persone. Il nero delle tonache le rende intercambiabili. Non c’è un viso che si distingue, un individuo che emerge. Sono un corpo collettivo, un’entità disciplinata che si muove come un organismo. La tecnica del tipografo torna con forza. Nella composizione a caratteri mobili ogni lettera è un segno anonimo che acquista senso solo nella parola, così i pretini sono segni neri che acquistano senso solo nel movimento collettivo. Sono come un testo che dice: noi siamo quelli che non hanno mani.

© Mario Giacomelli
La seconda spoliazione
Giacomelli lo sapeva, ma l’ha detto con una frase buttata lì che sembra marginale: «Nella serie dei pretini ho trovato una dimensione a me sconosciuta, ho spogliato il soggetto dai canoni tradizionali per mettere a nudo l’uomo». Spogliare e mettere a nudo chi indossa un abito che è già, di per sé, una cancellazione dell’individuo. La tonaca come uniforme e come azzeramento del corpo sotto il segno dell’appartenenza. Ma il fotogtafo va oltre, toglie anche lo sfondo, il contesto, la nitidezza dei tratti. Resta solo il gesto. Queste immagini sono gioiose e perturbanti allo stesso tempo perché il gesto del gioco è l’ultimo residuo dell’umano dentro una struttura che lavora per cancellarlo.
Il ciclo
Il libro di Photology non è un granche. È piccolo, un po’ stretto per immagini che meriterebbero il respiro della doppia pagina e la qualità di stampa è modesta. Ma a differenza dei grandi cataloghi retrospettivi contiene solo questa serie. Niente Scanno, niente paesaggi aerei né Spoon River. C’è solo il seminario. Il libro costringe a un confronto prolungato con quelle immagini, senza vie d’uscita nel resto dell’opera. Quando lo si tiene in mano per abbastanza tempo, si nota quello che nelle mostre sfugge. La ripetizione. Le stesse figure, gli stessi gesti, foto dopo foto. Non c’è narrazione e nemmeno un prima e un dopo. C’è un ciclo, come le ore e i giorno nel seminario, come una preghiera che nessuno ha chiesto di recitare.
Produzione e materialità
Per approfondire
Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, Photology, Milano, 2008. Il libro oggetto di questa lettura. Unica pubblicazione monografica dedicata alla serie dei pretini, con le 21 immagini canoniche e 19 scartate. Testo di Davide Faccioli.
Alistair Crawford, Mario Giacomelli, Phaidon, Londra, 2001 (ristampa paperback 2006). La monografia più completa: 684 fotografie, 32 capitoli tematici, intervista di Alessandra Mauro. Il punto di partenza per qualsiasi studio serio.
Mario Giacomelli: Figure/Ground, J. Paul Getty Museum, Los Angeles, 2021. Catalogo della mostra al Getty. Rilettura dell’intera opera a partire dalla collezione Greenberg-Steinhauser. Buona contestualizzazione critica, stampa eccellente.
Guido Harari, Nella camera oscura di Mario Giacomelli. L’antro dello sciamano, Rizzoli Lizard, 2024. Realizzato con l’Archivio Mario Giacomelli di Rita e Simone Giacomelli. Documentazione fotografica della camera oscura e degli strumenti di lavoro.
Katiuscia Biondi Giacomelli, Under the Skin of Reality: Treasures from the Sassoferrato Archive, Schilt Publishing, 2015. Immagini dall’archivio di Sassoferrato, circa 12.000 fotografie. Informazioni sulle tecniche di stampa.
The Black Figure Is Waiting for the White: Mario Giacomelli Photographs, Contrasto, Roma, 2009. Paesaggi, scene di strada, ritratti, con una serie inedita.
Stephen Brigidi, Claire V.C. Peeps, Mario Giacomelli (Untitled 32), Friends of Photography, Carmel, 1983. Prima monografia americana. Include immagini dalla serie Pretini, Paesaggio e La buona terra.
David Maria Turoldo, Io non ho mani, Bompiani, Milano, 1948. La raccolta poetica da cui Giacomelli ha tratto il titolo della serie.