Pensare per immagini
CHROMA CRITICA DELLA VISIONE
Evidence
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Evidence

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5 Marzo 2026 4 min

Larry Sultan e Mike Mandel, 1977

Eem>Evidence non ha didascalie. Non ha titoli. Non ha introduzione, né indice, né niente che aiuti a capire cosa si sta guardando. Ha solo cinquantanove fotografie sottratte ad archivi aziendali e governativi, nell’ordine che Sultan e Mandel hanno deciso.

Leggere questo libro al contrario significa quindi chiedersi: c’è un ordine? Quello che Sultan e Mandel hanno deciso è una struttura o è già un gesto arbitrario in un sistema che non ammette strutture? E, domanda più sottile, quando invertisco la sequenza, sto disfacendo qualcosa, o sto solo mettendo un ordine al posto di un altro?

Ho risposto leggendolo davvero. Dalla cinquantanovesima immagine alla prima. E quello che ho trovato non è quello che mi aspettavo.

Mi aspettavo un disfacimento. L’inquietudine costruita in avanti, quella sensazione di qualcosa che si addensa senza mai rivelarsi, mi aspettavo di vederla sciogliersi. Invece le immagini, lette a ritroso, sembrano voler tornare da qualche parte. Non tornare indietro nel senso di essere disfatte, ma tornare come si torna a casa, come si torna a un punto da cui si è partiti.

Il problema è che quel punto non esiste.

Le fotografie di Evidence vengono da archivi aziendali e governativi: NASA, dipartimenti antincendio, laboratori di ricerca, agenzie federali. Migliaia di immagini vagliate, cinquantanove scelte, tutte private delle loro didascalie. Ognuna era nata per documentare qualcosa che qualcuno aveva bisogno di rendere ufficiale, con un referente preciso, un ufficio che l’aveva commissionata, una pratica burocratica a cui apparteneva.

Ma leggendo a ritroso ho cominciato a chiedermi: a quale contesto le immagini vorrebbero tornare? Quale sarebbe il “prima”?

Le fotografie degli archivi non erano immagini che contenevano un contesto. Erano immagini che producevano un contesto, così come ogni documento burocratico non riflette una realtà ma la costruisce, la certifica, la rende amministrativamente vera. La foto del tecnico in tuta protettiva che misura qualcosa con uno strumento che non riconosciamo non documentava un fatto: rendeva quel fatto documentabile. Era già, nella sua funzione originale, una finzione di senso. Una cornice vuota che aveva imparato a sembrare un quadro.

Quando Sultan e Mandel l’hanno sottratta all’archivio, hanno tolto la didascalia e hanno rivelato che la didascalia era già tutto ciò che quella fotografia aveva. Senza di essa, l’immagine non recupera niente. Rimane quello che era: una forma che aveva preso in prestito il senso da un sistema esterno.

Quel vuoto precedeva Sultan e Mandel. Loro non l’hanno creato — l’hanno trovato.

C’è un’immagine verso la fine del libro — letta al contrario, è quasi all’inizio — in cui si vede un uomo in camice bianco che osserva qualcosa fuori campo. L’inquadratura è precisa, quasi didascalica. Nello scorrimento in avanti contribuisce a costruire una sorveglianza diffusa, un occhio che guarda senza essere visto.

Letto al contrario, quell’immagine arriva presto. Arriva prima che l’atmosfera si sia sedimentata. E invece di sembrare parte di un sistema, sembra una fotografia in cerca del suo sistema. L’uomo in camice guarda fuori campo e quello che cerco è cosa stia guardando, non nel senso narrativo in cui lo cerco leggendo in avanti, ma letteralmente: cosa stava guardando quel tecnico in quella stanza, in quel momento, nell’archivio da cui è stata estratta questa immagine?

È una domanda a cui non posso rispondere. Sultan e Mandel non possono rispondermi. Probabilmente neanche il funzionario che l’ha scattata potrebbe farlo, a quasi cinquant’anni di distanza.

In avanti, Evidence produce qualcosa che assomiglia alla paranoia nel senso in cui la intende la fenomenologia: non la malattia, ma la percezione che tutto sia connesso da un sistema invisibile di cui si è oggetti e testimoni allo stesso tempo. Le immagini si accumulano e l’atmosfera si addensa, ma non verso una rivelazione. Verso niente.

A ritroso, quell’accumulo si inverte ma non si annulla. L’inquietudine diventa archeologica. Guardare ogni immagine a ritroso è tentare uno scavo che non trova strati ma solo altri scavi. Non c’è bedrock. Non c’è il punto in cui la terra vergine comincia e i depositi umani finiscono. Ogni “originale” è già un’interpretazione di qualcosa di ancora più anteriore.

Il gesto di Sultan e Mandel era già inscritto nelle immagini prima che loro le toccassero. Le fotografie degli archivi portavano in sé, nella loro struttura burocratica, la possibilità di essere Evidence. Il libro non ha fatto violenza a queste fotografie: le ha lette.

C’è una cosa che Sultan e Mandel non potevano sapere nel 1977: che il problema che stavano costruendo si sarebbe rovesciato. Ogni fotografia fatta oggi nasce con più contesto di quanto possa reggere. GPS, timestamp, metadati, riconoscimento automatico dei volti. L’immagine viene catturata e già taggata, geolocalizzata, indicizzata, collegata a tutto il simile mai prodotto. Prima si toglievano le didascalie a mano, una per una. Adesso il sistema produce talmente tanto contesto che l’immagine sparisce sotto di esso. In entrambi i casi non si riesce a vedere la fotografia.

Forse il problema non è la decontestualizzazione. Forse il contesto non è mai stato dentro le immagini, era sempre altrove, in qualcosa di esterno che le teneva ferme. Sultan e Mandel hanno solo smesso di fare finta.

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