Pensare per immagini
CHROMA CRITICA DELLA VISIONE
Ravens
Rovesci

Ravens

Leggi ↓
4 Marzo 2026 5 min

Masahisa Fukase, 1986

Il libro che non sapevi di stare leggendo

Leggere Ravens al contrario è scoprire che Fukase non stava documentando una perdita. Stava documentando qualcosa che aveva sempre avuto.

In avanti il libro racconta un divorzio: il treno porta via, i corvi si moltiplicano come sintomi di un crollo in atto, il buio guadagna terreno fino a occupare tutta l’inquadratura. Al contrario i corvi si diradano, i fondali si schiariscono di qualche tono, il treno sembra tornare. E allora appare un Fukase che non sapevi esistesse: uno che cammina ancora verso qualcosa invece di allontanarsi da tutto.

Quell’uomo non è affatto rassicurante. È più inquietante.


Lo strato che non vedi

Leggere uno strato non significa trovare l’origine. Significa trovare il momento in cui qualcosa è diventato visibile. Lo strato non comincia dove lo vedi: comincia molto prima, in condizioni che la superficie non registra. Ravens al contrario funziona allo stesso modo. Il crollo di Fukase non comincia dove la sequenza lo fa iniziare. Comincia in un punto che il libro, letto in avanti, non mostra mai perché lo dà per scontato: l’uomo che era già fatto così.

Freud aveva un nome per il meccanismo opposto. Lo chiamava Nachträglichkeit, che in italiano si traduce malamente come “azione differita”: l’idea che un evento non diventi traumatico nel momento in cui accade, ma solo in retrospettiva, quando un secondo evento lo riattiva e gli conferisce un peso che prima non aveva. Il trauma non è mai contemporaneo a sé stesso. Arriva in ritardo. Viene costruito a ritroso. Leggere Ravens in avanti sembra seguire questa logica: la fine del matrimonio con Yoko Waka riattiva qualcosa, i corvi diventano il linguaggio di quella riattivazione, la sequenza ci convince che il dolore ha una causa precisa e un punto di partenza. Ma letto al contrario il libro smonta la Nachträglichkeit dall’interno. Non mostra un trauma costruito a posteriori. Mostra qualcosa che esisteva prima dell’evento che avrebbe dovuto causarlo. I corvi erano già nell’inquadratura. Il dolore non li ha convocati. Ha solo smesso di nasconderli.

Leggendo al contrario si vede quello che la sequenza originale occulta: i corvi erano già lì. Già nel grano, già nel modo in cui Fukase si posizionava rispetto al soggetto, con quella distanza che non è mai davvero distanza. Non sono arrivati con il dolore. Il dolore gli ha dato solo il permesso di essere l’unica cosa.

Ravens non è un diario. Non è la traccia immediata di un crollo in atto. Fukase divorzia da Yoko Waka nel 1976. Il libro esce nel 1986. Dieci anni. Un decennio in cui torna, ritorna, ri-ritorna sugli stessi treni, sugli stessi cieli, sugli stessi stormi. Non stava reagendo, stava costruendo. Stava tornando sul luogo di qualcosa che non aveva ancora smesso di accadere. La vita si capisce all’indietro, ma Fukase ci ha impiegato dieci anni anche solo a volerla capire. Letto al contrario, il libro non è il prima del crollo. È la storia di qualcuno che ha passato un decennio a tornare sul bordo per guardare giù.

C’è un momento, nella sequenza al contrario, in cui i corvi smettono di essere uccelli e diventano il fotografo. Forse è diverso a ogni lettura, forse dipende da dove ti fermi. Ma è lì. La separazione da Yoko Waka non produce il libro, lo rivela: ciò che sembrava una risposta a un evento era già scritto nel corpo di Fukase prima che l’evento accadesse. Il matrimonio finisce, il viaggio comincia, i corvi appaiono. Letta in questo ordine sembra una storia con una causa. Al contrario si vede che era sempre stata una natura.

Cosa succede quando un uomo trova la forma esatta del proprio interno? La caduta di Fukase assomiglia anche a un riconoscimento. I corvi non sono un’allegoria del lutto. Sono un’allegoria dell’appartenenza. Non è il destino compiuto che si vede, è il carattere. Fukase non era destinato a soffrire. Era fatto in modo da non poter fare altrimenti. Il destino ti succede, il carattere sei tu.


Il 1992

Poi però c’è il 1992.

Sei anni dopo l’uscita del libro, Fukase cade da una scala in un bar di Tokyo. Coma. Rimane in stato vegetativo per vent’anni, fino alla morte nel 2012. A posteriori Ravens non predice solo un crollo psicologico. Predice la dissoluzione del corpo. Quei corvi, quella progressiva sparizione del soggetto nell’oscurità, quel modo di fotografare come se la macchina fosse l’ultima cosa che separa il fotografo dal niente: letti sapendo cosa succede nel 1992, smettono di essere metafore. Diventano qualcosa di più freddo.

Benjamin, nel suo frammento sull’Angelo della Storia, descrive una figura con il volto rivolto verso il passato mentre la tempesta del progresso la spinge irresistibilmente verso il futuro. L’angelo vorrebbe fermarsi, riparare le macerie che si accumulano, ma viene trascinato avanti. Fukase in Ravens è l’angelo capovolto: non è trascinato verso il futuro mentre guarda il passato. È trascinato verso il passato mentre il futuro già sa cosa gli succederà. Letto al contrario, il libro è la storia di qualcuno che emerge verso la luce, che acquista presenza, che sembra avvicinarsi a noi, e a cui sappiamo già che resterà vent’anni sospeso tra la vita e la morte senza mai tornare. Quella persona intera che precede il crollo esiste per intero solo nel libro. Fuori dal libro scomparirà due volte: prima nel dolore, poi nel corpo.

Quando mi fermo su quell’immagine, Fukase che sale su un treno diretto a nord con la macchina al collo senza che sia ancora successo niente, non riesco a separare la scelta dal presagio. Ravens al contrario non consola. Moltiplica il peso.

In avanti è una tragedia. Al contrario è qualcosa di più difficile da nominare: la storia di un uomo che si riconosce in ciò che lo distruggerà, che ci va incontro con la macchina in mano, e che impiegherà dieci anni a farlo diventare un oggetto da tenere tra le mani.

Quando cominciamo a diventare i nostri presagi, c’è una differenza reale tra sceglierli e trovarli?

I

C
Chroma
Pensare per immagini. Riflessioni, non recensioni.
Newsletter

Riflessioni, non notifiche.

Un libro, un autore, un pensiero lungo. Niente rumore.