Nan Goldin
ROVESCI #3
Cookie Mueller è morta nel novembre del 1989. Nel libro è ancora viva. Questo è il problema: non sentimentale, ma cognitivo, impossibile da aggirare. Arrivare a The Ballad of Sexual Dependency senza portarsi già dentro il seguito, le morti, l’AIDS, le mani di Goldin incatenate alle porte dei musei trent’anni dopo, è un’ipotesi che non corrisponde a nessun lettore reale. Il volume che Aperture ha stampato nel 1986 non esiste più come oggetto innocente. Esiste come documento di qualcosa che sappiamo già come è andato a finire, e la lettura rovesciata non è un esperimento critico: è la descrizione onesta di quello che avviene comunque.
Goldin non voleva farne un libro. Lo slideshow era la forma vera: proiettato nei club, sempre in mutamento, senza una versione definitiva. Trasformarlo in volume significava già tradirlo, congelare qualcosa che era nato per non fermarsi. Ho preso il libro e l’ho percorso dall’ultima fotografia alla prima. Il dorso resiste, le pagine tendono a tornare nell’ordine che conoscono. Dopo qualche minuto, però, le fotografie hanno smesso di essere le stesse fotografie. Non perché fossero cambiate, ma perché ero diventato un lettore diverso.
La visione doppia
Percorrendo il libro a ritroso si arriva, dopo la morte, alle immagini di persone ancora vive. Persone che ridono a una festa, che fumano in un letto, che si guardano in uno specchio con quella disattenzione che hanno i corpi quando si sentono al sicuro. Il lettore porta già tutto il peso. Non è speranza né tristezza: è la visione doppia del sopravvissuto. Chi ha attraversato la perdita di qualcuno ricorda il corpo prima della malattia con una nitidezza che il corpo stesso non aveva mentre era sano. La memoria retrospettiva è iperfocale: mette a fuoco le cose troppo tardi per essere utile, abbastanza tardi da non lasciarti stare. Goldin ha costruito un archivio esattamente di questo.
Questo non era un libro sull’AIDS quando è stato fatto. Non era un libro sul lutto. Era un libro sulla vita di un gruppo di persone che si amavano e si distruggevano. La tragedia è arrivata dall’esterno, come arriva sempre, senza chiedere permesso, e ha trasformato l’oggetto senza toccare le fotografie. Le stesse immagini, lo stesso ordine, la stessa rilegatura: un libro completamente diverso. Solo a ritroso si vede il confine esatto tra quello che Goldin sapeva e quello che non poteva sapere.
Le ballate le cantano i vivi
Nel libro non compare mai la parola AIDS. Nel 1986 non era necessaria: era già dappertutto, dentro ogni corpo, dentro la luce particolare di certe stanze. Oggi noi la leggiamo in ogni fotografia, la sovrascriviamo sul testo visivo di Goldin con la certezza di chi conosce il seguito. Il silenzio non è un’omissione: è la struttura portante del libro, l’aria compressa tra le immagini che si fa insopportabile solo a ritroso, quando sappiamo già cosa respira.
“Ballata” nel titolo viene da una canzone. Lo slideshow originale, proiettato nei club di New York e Boston tra il 1979 e il 1986, in continua trasformazione, mai definitivo, aveva in colonna sonora Who’s Sorry Now di Connie Francis, tra le altre. Il titolo della canzone è una domanda: chi è dispiaciuto adesso. Letta a ritroso, smette di essere retorica. Le ballate le cantano i vivi: sono sempre il racconto di chi era presente ed è rimasto. Goldin canta la ballata di persone che, nel momento in cui viene cantata, non sanno ancora che ci sarà una ballata. È un lutto che si svolge mentre il suo oggetto è ancora nel mondo, ignaro. Leggere il libro a ritroso non ribalta questo paradosso: lo porta a galla, mostra che la struttura elegiaca era già nascosta nella sequenza originale, sotto l’apparenza del presente.
Amare sapendo già
Il problema che non si risolve, quello che è il centro di tutto, viene quando si arriva, nel percorso rovesciato, alle immagini di intimità. Ai corpi nel letto, ai visi vicini nella luce bassa. Si prova qualcosa che assomiglia alla tenerezza ma pesa di più. È amare qualcuno sapendo già. Questa forma d’amore non si dà: si ama nell’ignoranza del futuro oppure non ci si abbandona, non fino in fondo. L’amore che conosce il finale è sempre una ricostruzione, qualcosa che non è mai esistito mentre accadeva. Goldin, in questo ordine che ho scelto, offre un’esperienza impossibile: amare queste persone tenendo già in mente la loro fine. Ed è qui che il rovescio si fa più crudele dell’originale. Non perché sia più duro da guardare, è il contrario: è più tenero, e la tenerezza quando sa già è la cosa più difficile da sopportare.
Nel percorso canonico, l’autoritratto con l’occhio tumefatto funziona come punto di rottura: arriva, colpisce, si va avanti. Nel percorso a ritroso si arriva a quella fotografia avendo già attraversato tenerezza, corpi, luce bassa. E si capisce che la violenza non è un episodio: era già carica nelle fotografie precedenti come il futuro è sempre carico nel presente, invisibile finché non accade. Il libro letto al contrario non cambia le fotografie. Cambia quando sai guardare.
Il libro finisce, nell’ordine rovesciato, con le immagini del principio. Persone giovani. Feste. Una luce che non ha ancora imparato a portare niente. Non arriva sollievo: arriva invece quello che si prova guardando una fotografia scattata quando qualcuno era ancora presente, prima che diventasse memoria. Già irrimediabilmente passata nel momento stesso in cui esisteva. Goldin ha fotografato il suo presente come se appartenesse già a qualcun altro, non per preveggenza, ma perché chi ha amato persone che vivevano in corpi pericolosi impara presto che il presente è sempre già in prestito. La lettura rovesciata ha questo solo vantaggio: non finge che sia altrimenti.