Robert Frank — Dal fondo al principio
ROVESCI #1
Tutti sanno come inizia The Americans. La bandiera a Hoboken, le due finestre, i volti coperti. L’America che si presenta dietro un simbolo. Pochi si chiedono cosa succede se lo apri dall’altra parte.
L’ultima fotografia del libro — la numero 83 — è U.S. 90, En Route to Del Rio, Texas. Una macchina ferma sul ciglio della strada, i fari accesi nel crepuscolo. Dentro ci sono Mary, la moglie di Frank, e i due figli, Andrea e Pablo. È l’unica immagine del libro in cui compare la famiglia del fotografo. L’unica in cui il viaggio smette di essere un’indagine e diventa qualcos’altro — non so se chiamarla confessione o cedimento, ma è una cosa diversa da tutto il resto. Il libro, letto dall’inizio alla fine, porta dalla bandiera americana a questa macchina ferma sul bordo di una highway del Texas: dall’icona al privato, da un’idea di nazione a un uomo che guarda dentro il proprio parabrezza e vede la stanchezza di chi lo aspetta.
Adesso invertite tutto.
Se The Americans comincia dalla macchina sul ciglio della U.S. 90, la prima cosa che vedi è una famiglia. Non l’America. Non la bandiera, non le istituzioni. Vedi un uomo che guarda sua moglie e i suoi figli attraverso un vetro, di sera, su una strada che va verso il nulla. Il viaggio non parte da un’idea — parte da una rinuncia. Da qualcuno che ha già pagato il prezzo di quello che sta per mostrarti.
Letto in avanti, il libro costruisce la sua autorità pagina dopo pagina: Frank è un osservatore, uno straniero con un occhio chirurgico che l’America non riesce a corrompere. Letto al contrario, quell’autorità è incrinata dalla prima immagine. Sai che quest’uomo ha una moglie esausta e due bambini piccoli in macchina. Sai che ogni fotografia che segue — ogni diner, ogni jukebox, ogni funerale nel Sud — è stata scattata da qualcuno che stava anche scappando da quella macchina. L’osservatore non è più neutro. È un padre assente che sublima l’assenza in visione. Non so se questo lo rende più o meno attendibile. Lo rende umano in un modo che la lettura canonica tende a dimenticare.
Le immagini intermedie cambiano peso.
Il tram di New Orleans, con i passeggeri bianchi e neri separati dalle finestre — letto in avanti è una delle prime stazioni del viaggio, un’America che si rivela nelle sue divisioni. Letto al contrario arriva dopo decine di immagini di solitudine, di strade vuote, di interni deserti. Non è più una rivelazione. È una conferma. Sapevi già che questo paese era così: l’hai visto dissolversi pezzo per pezzo. La segregazione non ti sorprende. Ti stanca. E quella stanchezza è più onesta dello shock.
I rodei, le convention politiche, i cimiteri — in avanti sono tappe di un declino progressivo, un’America che perde il suo lucido man mano che Frank penetra più a fondo. Al contrario diventano stazioni di risalita. Dalle strade vuote del Texas verso le folle di New York, dalla solitudine verso la densità. Il movimento si inverte e con esso qualcosa nel tono: non è più una discesa nell’alienazione, è una ricostruzione — confusa, faticosa, non del tutto credibile. Frank risale dall’intimo al collettivo. Non so se ci arriva.
E poi arrivi alla fine. Che al contrario è l’inizio.
La bandiera di Hoboken. Le due donne alle finestre, i volti nascosti. Letto normalmente è un punto di partenza — l’America che si presenta, velata, ambigua. Letto al contrario è un punto d’arrivo. Dopo ottantadue fotografie di volti, corpi, macchine, strade, funerali, jukebox, fabbriche, fiumi — dopo tutto quello che hai attraversato — il libro si chiude su una bandiera che copre un volto. Non più un inizio promettente, ma una conclusione: dopo aver percorso l’intero paese, quello che resta è un pezzo di stoffa che impedisce di vedere.
La stessa immagine. Due pesi completamente diversi.
Quello che questo esercizio misura non è Frank, ma il sequencing. The Americans letto al contrario rivela quanto il libro dipenda dall’ordine scelto — e quanto poco. Le singole fotografie hanno una forza che non dipende dalla posizione: il jukebox funziona ovunque tu lo metta, il funerale nel Sud regge qualsiasi contesto, il cowboy a Manhattan è fuori posto in ogni sequenza possibile. Ma la direzione narrativa cambia radicalmente il senso complessivo. Il libro in avanti è una perdita di innocenza. Al contrario è un tentativo di ricostruzione — che rimane tentativo, che non conclude niente di netto.
Frank ha scelto di finire nella stanchezza. Ha scelto che il viaggio si chiudesse su quella macchina ferma, su quella famiglia, su quel silenzio. Ha scelto la malinconia come destinazione.
Avrebbe potuto scegliere l’opposto — dall’intimo al pubblico, dalla macchina alla bandiera — e The Americans sarebbe stato letto come un atto di coraggio invece che come un’elegia. Lo stesso materiale, la stessa America, un altro libro.
Ventisettomila fotografie. Ottantatré ne sopravvivono. Una sola sequenza viene pubblicata. Il rovescio non dice che Frank ha sbagliato. Dice che ogni sequenza è una rinuncia a tutte le altre — e che il significato non sta nelle immagini, sta nell’ordine in cui decidi di fartele attraversare.
Prossimo Rovescio: Sleeping by the Mississippi — Alec Soth